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mentre preparo questa pasta al sugo barilla con la ricotta, mi pongo un "ma perché?" e poi mi do anche la risposta, e quieto i miei dissidi interiori. Mi chiedo: perché nelle lauree di economia non si insegna economia? Perché chi fa economia non la fa per studiare l'economia (nel 99% dei casi), ma per diventare un "dirigente". Quindi forse fa un po' parte del gioco che uno si trovi di fronte alle bellissime questioni filosofico-matematiche dell'economia solo quando fa il dottorato e molto poco prima. Certo, quando ne capisci una, o anche solo mezza, ti senti superiore agli altri che non ne sono a conoscenza. Subito dopo arriva il delirio di onnipotenza che porta a pensare: "ma è indegno che non si insegnino queste genialità!". Infine, la saggezza (o la banalità) porta alla riflessione: "ma dopo tutto cosa gliene deve fregare agli altri, che in fin dei conti vogliono diventare dirigenti e non filosofi?" E il cerchio si chiude, l'acqua bolle e va salata, la pasta buttata, il sugo in micro-onde. Fine? No, almeno finché la pasta non è cotta. Ha senso che qualche (dove qualche sta per "più di quanto non avvenga ora") contaminazione da questo mondo filosofico-teorico arrivi ai futuri manager? Secondo me sì. Perché questo linguaggio è quanto di più "sociale" ci sia nell'economia: un abbozzo di metodo per capire come le persone reagiscono, interagiscono, prendono decisioni razionali (o non razionali, se uno vuole). Qualche schema di come si possono "discutere" queste situazioni aiuta a interpretare la realtà delle persone. Voglio dire: un ingegnere non si fida del consiglio di un geometra se deve valutare la stabilità di un ponte. Perché un manager deve o dovrebbe prendere alla lettera psicologi, pubblicitari e politici, anziché ragionare da Economista? La risposta non ce l'ho, ma la pasta è pronta.