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Caro direttore, alta e forte si è levata in questi giorni la voce del vicepresidente diessino del gruppo dell’Ulivo al Senato: «È ora di affrontare la questione in Parlamento!», dove—com'è noto—la questione è quella della nuova normativa sulle intercettazioni telefoniche.
A quella voce, notoriamente autorevole e disinteressata, se ne sono presto aggiunte altre dall'uno e dall'altro schieramento politico. Al massimo livello. «Abbiamo il dovere di fermare questo degrado!» ha tuonato il capo dell'opposizione. «Ci troviamo di fronte a un uso improprio delle intercettazioni », gli ha fatto severamente eco un ministro della Repubblica. Ora, che ci sia urgente bisogno di una normativa che, senza interferire con la libertà di stampa, ci sollevi dall' incombenza di annegare giornalmente nello squallore delle registrazioni e/o dei verbali giudiziari è cosa evidente a tutti. Ma se — come sembra più che probabile—il provvedimento oggi all'esame del Senato dovesse tornare emendato all'esame della Camera, vorrei che fosse chiaro che i proponenti di quel provvedimento non potrebbero contare — per quel poco o tanto che vale—sul mio voto. Anche se ciò implicasse venir menoalla regola— alla quale mi sono imposto fino a oggi di essere fedele (e solo io so con quanta fatica!) — di votare secondo le indicazioni del gruppo parlamentare cui pro tempore appartengo. Noncontino sul mio voto, dunque.
E non già perché—come ho detto— ritengo irrilevante o secondaria una nuova normativa sulle intercettazioni. Ma perché questa può solo essere proposta e sostenuta da una classe politica diversa da quella che, sulle pagine dei giornali di queste settimane, ha dato di sé una rappresentazione di straordinaria pochezza. Nulla di penalmente rilevante, non c'è dubbio (almeno per quel che è dato capire a un profano). Molto di politicamente rilevante, però. Perché da quelle intercettazioni emerge un'idea della politica a dir poco avvilente e un’idea del ruolo dei politici francamente umiliante. Una classe politica di questa modestia è—essa sì!—il vero, grande alfiere dell'antipolitica. Un vero e proprio monumento all'antipolitica (opera peraltro— che ironia!—di professionisti della politica).
Ma non solo di questo si tratta. Perché da quelle intercettazioni emerge un fallimento politico di prima grandezza: non aver compreso o non aver voluto comprendere il senso di un momento di particolare importanza nella vita della Repubblica. Un fallimento dal quale nessuna classe politica dovrebbe uscire sana e salva. In questo senso sbaglia chi afferma —e colpisce il fatto che si tratti di un ministro della Repubblica — che è «un grave vulnus per la democrazia e le regole il fatto che si imposti un dibattito a partire da quelle frasi venute fuori in quel modo».
Sbaglia perché ho ancora perfettamente presenti—e non credo di essere il solo—le riunioni del gruppo parlamentare diessino alla Camera di 2-3 anni fa—nel pieno della discussione della legge sul risparmio — in cui spiccava l’assoluta fermezza e la tetragona determinazione con cui un viceministro dell'attuale governo si opponeva a ogni incisivo intervento nei confronti della Banca d'Italia inteso a porre le condizioni per un avvicendamento al vertice dell' Istituto. Perché ho ancora negli occhi le perplessità e le esitazioni, le titubanze e i distinguo, le incertezze e le remore che caratterizzavano gli interventi, in quelle stesse riunioni, di un ministro di spicco dell'attuale governo.
Perché non riesco a dimenticare il fatto che alcune di quelle riunioni si chiusero con un voto a favore di interventi più incisivi a tutela del risparmio e dei risparmiatori, voto che venne poi regolarmente disatteso. (Del centrodestra so meno, ma mi basta e mi avanza quel che scrive Bruno Tabacci nella sua «Intervista su politica e affari », Laterza). Gli aspetti penali, dunque, non solo non ci sono ma se anche ci fossero sarebbero, dal mio punto di vista, in questo momento secondari.
E' il giudizio politico quello che conta e questo non può che essere negativo: con poche eccezioni, un intero gruppo dirigente— in buona misura assurto oggi a responsabilità di governo — ha mostrato, nel migliore dei casi, un’insufficiente capacità di giudizio e una ridotta indipendenza di valutazione. Quanto basta per negargli oggi il mio voto.
Nicola Rossi
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Direi che nient'altro c'è da aggiungere (anzi, signor Rossi, sei un mito, riporti i fatti ed automaticamente ti seghi le gambe...non ci sarà spazio per te nel PD, ma almeno tu hai la schiena dritta e la stima delle persone per bene...che forse è molto poco, ma di questi tempi bisogna accontentarsi).
Ex Galli Della Loggia, corriere.it
Prendo spunto da un commento registrato da "Stokli" su noisefromamerika.org, e ripropongo la stessa questione qui:
Cosa risponde il Partito Democratico a Paolo Ferrero, ministro solidarietà sociale, quando legittimamente dice, come riportato it.news.yahoo.com/06062007/203/bce-ferrero-dire-stop-integralismo-monetarista.html , "Stop A Integralismo Monetarista BCE" ? (AGI) - Roma, 6 giu . - "Fino a quando dovremo continuare a pagare l'integralismo monetarista della Banca centrale europea?". Lo ha detto il ministro della Solidarieta' sociale, Paolo Ferrero, che ha aggiunto: "La decisione della Bce di alzare i tassi di interesse di un quarto di punto e' sbagliata e dannosa. Oltre a rendere meno competitiva l'economia europea su scala mondiale, oltre a costare un bel po' a tutti i cittadini titolari di mutuo, costera' allo Stato italiano circa 4 miliardi su base annua di maggiori spese per interessi. Tutto questo in presenza di una inflazione che non supera il 2%, cioe' ridicola. Fino a quando dovremo continuare a stringere la cinghia, a regalare soldi alla rendita a causa dell'applicazione dalla Bce di teorie economiche sbagliate che producono solo danni per l'economia reale e per le condizioni di vita delle popolazioni dell'Europa?". Secondo Ferrero: "Questo continuo rialzo dei tassi di interesse, e' una scelta politica sbagliata e determina un continuo trasferimento di risorse dall'economia reale alla rendita e una spinta alla riduzione dello stato sociale. Diventa sempre piu' urgente modificare la missione della Bce in modo da mettere al primo posto l'andamento dell'economia reale e non l'attuale integralismo monetario".
Ferrero dice la sua, e credo sia la linea di rifondazione e non solo. Come la pensa il PD su questa cosa assolutamente concreta? Precisando che Ferrero non dice bugie: è verissimo che al primo posto degli obiettivi BCE non c'è l'andamento dell'economia reale, bensì il contenimento dell'inflazione, su un orizzonte di medio periodo, a un livello intorno (ma non superiore) al 2%. La politica monetaria della BCE è assolutamente pubblica e consultabile sul suo sito http://www.ecb.int/mopo/html/index.en.html. Che ne pensa il PD? Di significativo sul da farsi non ci sarà soltanto l'ingresso o meno nell'internazionale socialista...