"We have to learn of better ways to keep the sovereign at bay"

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lunedì, 27 marzo 2006

Raccolgo anche il consenso di Pietro Ichino



Non è più in discussione soltanto - come per tutto il secolo passato - quanta protezione sia opportuno garantire ai lavoratori in azienda, bensì l’impianto stesso del sistema protettivo; è sempre più diffusa l’idea che l’eccesso di rigidità del lavoro regolare sia una concausa importante della precarietà o addirittura disoccupazione dei lavoratori più deboli. Così, anche un intervento di aggiustamento marginale delle normative di tutela, se promosso da un governo di destra, si carica di un enorme valore simbolico: sindacati e sinistra politica temono che se «passa» quell’intervento si apra il varco ad altri interventi più incisivi, mirati al cuore del sistema. In questi giorni in Francia la rivolta, disordinata ma efficace, contro la legge del governo Villepin sul «contratto di inserimento» per i giovani, come quattro anni fa in Italia l'opposizione, qui assai ben organizzata e guidata dalla Cgil, contro le modifiche all’articolo 18 sui licenziamenti proposte dal governo Berlusconi, non può spiegarsi con il solo contenuto effettivo del provvedimento avversato. Un contenuto, tutto sommato, di impatto modesto: in Francia come da noi è da tempo del tutto normale che un giovane al primo impiego passi attraverso un contratto a termine, di tirocinio, di «formazione e lavoro», di apprendistato, comunque non stabile; non sembra davvero che i due anni del contrat de première embauche , consentito dalla nuova legge solo fino ai 26 anni di età, possano complessivamente peggiorare la condizione dei giovani francesi nel mercato del lavoro. Viceversa, gli studi disponibili confermano univocamente che la probabilità per un giovane di accedere a un lavoro stabile non diminuisce affatto ma anzi aumenta, se in una prima fase gli si offre l’opportunità di un rapporto di lavoro non stabile.
In Italia alla fine degli anni Settanta furono proprio la sinistra e i sindacati maggiori a volere l’introduzione del contratto di formazione e lavoro - che era sostanzialmente un contratto a termine - per agevolare l'accesso dei giovani al tessuto produttivo. Ancora in Italia, nel 1997, è stato un governo di centrosinistra, forte del consenso dato dai sindacati con il protocollo Ciampi del luglio 1993, a varare la riforma Treu, che ha introdotto nel nostro sistema il lavoro temporaneo tramite agenzia e ha ammorbidito la disciplina dei contratti a termine. In Germania, tra il 2002 e il 2005, è stato un governo socialdemocratico a varare le quattro «leggi Hartz», mirate a temperare alcune rigidità del diritto del lavoro. In Spagna Zapatero sta facendo altrettanto in modo molto deciso e incisivo.
È difficile sottrarsi all’impressione che, nei Paesi maggiori dell'Europa continentale di oggi, interventi come questi possano passare senza scosse soltanto se a promuoverli sono compagini politiche di sinistra o comunque capaci di garantire che la «piccola riforma» non costituisca una prova tecnica della «grande riforma», dell'attacco al cuore del vecchio diritto del lavoro. Sta di fatto, però, che quando queste compagini, trovandosi all’opposizione, approfittano della paura della «grande riforma» per salire sulle barricate anche contro gli aggiustamenti più modesti e marginali, esse firmano una cambiale assai onerosa, in termini di limitazione della propria capacità di governo efficace del mercato del lavoro quando governarlo toccherà a loro.
Ne è un esempio la situazione in cui si è posta dal 2002 la sinistra italiana col cavalcare e alimentare il movimento popolare contro la modifica marginale della disciplina dei licenziamenti proposta dal centrodestra. Solo due anni prima, l’ex ministro del lavoro Tiziano Treu aveva presentato con 48 altri parlamentari Ds e della Margherita un progetto di legge (n. 6835/2000) assai più incisivo, tendente ad allineare la nostra disciplina generale dei licenziamenti al modello tedesco; Bruno Trentin, parlamentare europeo Ds, ex segretario generale della Cgil, aveva riconosciuto che si trattava di una prospettiva di riforma ragionevole e che un futuro governo di centrosinistra avrebbe fatto bene a prenderla in considerazione (lavoce.info, 27 maggio 2003). Ora, dopo avere fatto le barricate contro la piccola modifica sperimentale proposta dal governo Berlusconi, un centrosinistra divenuto maggioranza avrebbe non pochi problemi a riaprire il discorso proposto da Treu sei anni fa.
Così il discorso si polarizza sulle posizioni estreme. E il diritto del lavoro non può che soffrirne: è solo riformandolo che lo si difende efficacemente, non certo imbalsamandolo. Quanto più esso resterà immobile, tanto più gli sarà difficile rompere l’assedio che oggi lo stringe.
Pietro Ichino

Postato da: riberio a 08:43 | link | commenti (7)

venerdì, 24 marzo 2006

Tante energie spese a dimostrarsi più cattolici del papa, tanto ardore nel dichiarare i propri studi giovanili dai salesiani; tanta rabbia quando un cattolico li accusava di scarsa moralità; e quanta foga a dire che "la mia fede è una cosa privata, non si tocca e non la offenderai"

...

ROMA - Avvenire , il quotidiano dei vescovi, va all’attacco dei Ds sui temi della famiglia e rimpiange il vecchio Pci, che approvò l’articolo 29 della Costituzione (in cui vengono riconosciuti, appunto, i diritti della famiglia fondata sul matrimonio). Al contrario, sostiene il giornale, la Quercia candida Franco Grillini, leader del movimento gay.

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Looser

Postato da: riberio a 11:25 | link | commenti

mercoledì, 22 marzo 2006

E' davvero bello scoprire di avere la stessa identica opinione (espressa in tempi non sospetti) di :

Cosa unisce l'intemerata di Silvio Berlusconi alla Confindustria con le proteste dei ragazzi francesi contro la nuova legge sul lavoro? In apparenza nulla. Uno dei più ricchi uomini del mondo, due volte premier e ora in cerca di rielezione, che astutamente prova a dividere la base degli imprenditori pur di guadagnare consensi e, dall'altra parte, studenti universitari che contestano il premier azzimato de Villepin, bocciando la sua legge sul lavoro. Gli stili non potrebbero essere più diversi, microfono stretto in mano, abito monopetto di sartoria, cravatta a pois, un po' di plastica ed energia fortissima per Berlusconi, tesserini universitari alzati in votazione, camicette indiane trasparenti e jeans per i ribelli francesi. Eppure a ben guardare, per opposti, lontani e incongrui che appaiano, magari disprezzandosi a vicenda come il premier e l’ironico no global di Genova che gli ha rinfacciato lo stalliere mafioso prendendosi del «c...», il capo di Forza Italia e i ragazzi della Sorbona stanno dalla stessa parte della barricata, sulla frontiera europea dello status quo , cambiare nulla perché nulla cambi.
La legge Villepin prevede un mercato del lavoro più flessibile, per cercare di dare un lavoro a quegli immigranti disoccupati che qualche settimana fa bruciarono le periferie del Paese. Villepin, un aristocratico vanitoso, ha fatto calare la riforma dall'alto del suo forbito agire cui manca solo la marsina pomposa di duca del Re Chirac I contribuendo, come spesso gli capita, a rovinare tutto. Ma, al netto della cipria, Villepin prova a smuovere un mercato del lavoro rigido che penalizza i giovani ribelli e i loro coetanei maghrebini. Lo status quo resiste alla Sorbona al mutamento, indispensabile se non si vuole il declino di Francia e d'Europa. Il '68 torna da conservatore.
E la difesa dello status quo è la bandiera anche di quella che potrebbe essere l'ultima carica di Silvio Berlusconi. Con un'energia e una passione di cui i suoi avversari dovranno tener conto, pena ritrovarselo davanti, Berlusconi propone agli imprenditori un patto preciso: non mutiamo nulla in Italia, basta con la concorrenza propugnata da Montezemolo, ignoriamo l'Europa, magari potessimo sfilarci dall'euro e tornare al vecchio sistema protetto. Per straordinarie che siano le capacità di marketing di Berlusconi, il suo impero è stato creato in un'Italia dove la politica lasciava fiorire solo le imprese affini e protette. Per lui concorrenza vera, aperta e leale, in un sistema di regole precise e determinate è regime alieno: lo sa e chiama alla carica i ceti che lo status quo favorisce, imprenditori minori, piccolo borghesi, clientele meridionali. Se nel suo cospicuo 48% di favori resta ancora tanta brava gente delle partite Iva e lavori indipendenti si deve solo alla provata incapacità della sinistra di parlare a questi ceti, una debolezza che porta da una generazione alle sconfitte a Milano. Perfino per un domani all'opposizione Berlusconi chiede stabilità: lui al timone, Fini e Casini nella stiva.
Questa è la posta in gioco del 9 aprile. Chi pensa che si possa andare avanti così, come Berlusconi e i ragazzi fascinosi di Francia, voti per Forza Italia. Chi crede che sia indispensabile cambiare azzardi con l'Unione, scommettendo che Prodi e i riformisti riescano a liberalizzare la nostra economia senza l'arroganza di Villepin. Lasciate perdere le risse che ci avviliranno da qui al voto. Ricordate che se l'Italia continua a non crescere, se non libera la produttività e crea nuovi posti di lavoro, se non è capace di concorrenza e meritocrazia, il declino incombe. Il governatore Draghi ha detto che non è «inevitabile», ma lo status quo è una palude. Non lo sanno il premier Berlusconi e i suoi gemellini dolci di Francia, ma l'Italia rischia di scoprirlo presto, amaramente.

Gianni Riotta (dal corriere di oggi)

Postato da: riberio a 09:08 | link | commenti (2)

domenica, 19 marzo 2006




http://www.voisietequi.it/

Postato da: riberio a 11:55 | link | commenti (1)

sabato, 18 marzo 2006

Uno di questi giorni mi era venuta in mente una bella riflessione sulla montagna, solo che non me la ricordo.
Posso razionalmente provare a ricostruirla partendo da lontano: in una giornata di sole, in un alpeggio in quota, le montagne sorridono ai turisti che fanno il pic nic. Fondamentalmente per la gente le montagne sono una bella cosa, gratificante, e ci si lascia andare a commenti tipo "ah, le nostre montagne".




Io ho sempre avuto una visione diversa.
Anche nella giornata più soleggiata, capita che arrivi la folata di vento, che costringe il visitatore a mettersi la felpa a spalle, oppure la nuvola che copre il cielo che porta a chiedersi se non si sia fatta l'ora di andare. I pettini appuntiti di una cresta rocciosa, li ho sempre pensati come le teste di tante sorelle pazze, irascibili, imprevedibili. Alcune montagne sono uomini: il Monviso non è sicuramente una donna; lo sono invece alcune sue punte, probabilmente le più insidiose. Come la tratteresti una femmina pazza? Ma soprattutto, come ti tratta lei? Prima di approcciarsi a una di queste, è meglio ascoltare i consigli di qualche anziana, meno aguzza, piuttosto che farsi inevitabilmente umiliare. Per rendersi almeno conto di tutto ciò, però, non ci si può fermare solo all'alpeggio; bisogna arrivare ai piedi delle montagne, e incunearsi nelle vallette anguste, nei canaloni, per prendere visione della complessità (certe volte funesta) di una cosa che da lontano è semplicemente perfetta. La folata di vento questa volta è gelida, e costringe ad arrestarsi; il cielo che si copre porta la notte, e qualche volta fulmini, che si scaraventano a terra, polverizzando le pietre. Le sorelle, di sopra, si stanno prendendo gioco di noi? Non si può che essere onestamente se stessi. C'è chi si ritiene più pazzo della montagna, chi più saggio, chi pensa che anche la testa più dura, in fin dei conti, sia addomesticabile. A tutti rimarrà comunque un brivido, pensando a quella volta che la montagna s'era accorta di loro.



Postato da: riberio a 12:37 | link | commenti

sabato, 04 marzo 2006

Chi si lamenta
boriosamente 
è sempre di troppo.

Postato da: riberio a 09:32 | link | commenti (1)

mercoledì, 01 marzo 2006

La mia testa è strana.
Mi sto procurando progressivamente (coff coff) i vari Album di Marco Paolini, programmati e visti in TV circa un annetto fa, forse meno.
Basta la sigla perché il mio corpicino sia scosso da una serie di ricordi mescolati, che elenco:

-in primis, il profumo del fieno, lungo l'argine maestro del Po, in Aprile, quando tira il vento, al tramonto
-l'alba di un lungo viaggio in Pulman, destinazione Cortina d'Ampezzo, nel lungo tratto tra Venezia e il Cadore, risalendo la valle del Piave
-un altro lungo e assurdo viaggio: da Cremona a Chioggia
-l'interregionale Brescia - Venezia, prima della partenza per Stoccolma nell'estate 2004
-in generale, la voglia di partire, di correre in bicicletta perché è ora di andare, ma comunque l'aria è ancora fresca
-una signora che alle 7 e mezza di Mattina, nei pressi di Rovereto, mi ha venduto un etto di spéck, pronunciato in Veneto

Chissà cosa condivido io di quello che dice Paolini...gli album sono racconti personali, il racconto di un'epoca vissuta dalla periferia dell'Italia (periferia produttiva, onesta, semplice, dove non c'è la Fiat, non ci sono le brigate rosse, non c'è il conflitto sociale che c'è a Torino, che arriva solo dalla tv, circa). Io cosa c'entro?
Comunque, questi album mi fanno venre una gran voglia di stare bene, e di volerne, dopo una giornata intensa, in cui sono stato per conto mio.

Postato da: riberio a 20:36 | link | commenti